“Incantati” dal Carnevale: Riti e Tradizioni del Fortore

Carnevale: tempo di spensieratezza, allegria, trasgressione, ma anche tempo per rinnovare le nostre tradizioni, religiose e laiche. Ma quali sono le origini di questa festa? Proviamo a ricostruirle. Il Carnevale affonda le sue radici nei riti pagani delle civiltà egiziana, associati ai culti della dea Iside, o nei culti dionisiaci della tradizione greca o, ancora, nei Saturnalia di origine romana. L’elemento che raccorda tali riti, pur appartenenti a culture diverse, è dato sicuramente dalla presenza di gruppi mascherati, oltre che dalla componente fortemente trasgressiva che caratterizzava e caratterizza ancora oggi questa festa. Il Carnevale, tuttavia, non conserva solo la sua identità “profana”, ma trova un riconoscimento anche nella cultura cristiana, quando nel 1468 papa Paolo II decide di consacrarlo a festività ufficiale. In effetti, il termine racchiude in sé la fusione tra cultura laica e religiosa. La parola “Carnevale” deriva infatti dall’espressione latina “carnem levare”, cioè “eliminare la carne”, termine con cui si indicava il pasto solenne che si teneva nell’ultimo Martedì (definito appunto “grasso”), che precedeva il Mercoledì della Ceneri, giorno che nella tradizione cristiana segna l’inizio della Quaresima, nonché il sacro tempo di digiuno e astinenza. Il raccordo tra sfera religiosa e profana trova in effetti conferma anche in alcune tradizioni popolari che si tramandano nei nostri territori del Fortore, che vogliamo qui rievocare.

Carnevale e religione: la tradizione di Sant’Antonio Abate

Con la festa di Sant’Antonio, nel comune di San Bartolomeo in Galdo, si inaugura il periodo del Carnevale, quando, il 17 gennaio di ogni anno, la comunità lo festeggia. Il santo è stato un abate ed eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Sant’Antonio Abate è conosciuto anche come santo protettore degli animali domestici. Infatti, ogni anno, il 17 gennaio, è costume diffuso far benedire gli animali, anche quelli delle campagne e delle stalle. Questa tradizione nasce nell’epoca del Medioevo, perché gli Antoniani, che sono i monaci di Sant’Antonio, allevavano i maiali donati dai contadini. Questi monaci li usavano per sfamare i poveri, ma anche per creare delle medicine, utilizzandone il grasso misto ad erbe officinali. La devozione riservata dalla nostra comunità al santo spiega inoltre la presenza di un luogo sacro, una chiesetta che gli stata dedicata e che si trova nel centro storico, precisamente nei pressi della nosta Cattedrale o “Chiesa Madre”, cioè in via Leonardo Bianchi. Si tratta di un luogo di culto aperto solo una volta all’anno, in occasione della ricorrenza, e dove viene celebrata la messa in suo onore. Nei 13 giorni che precedono questa data, la comunità devota di San Bartolomeo in Galdo, ogni sera, celebra la messa in suo onore, e il giorno della festa le strade del paese vengono abbellite da fiori. Inoltre, dopo la messa, le persone si riuniscono per partecipare alla processione che porterà Sant’Antonio lungo le vie del paese. Un’ usanza del paese è quella di allestire dei “fuochi” di fronte alla chiesetta, un largo dove le persone si riuniscono intorno ad un falò in onore del santo, che è anche chiamato per questa tradizione “Sant’Antonio del fuoco”.

Bambole del Carnevale: La Zingarella, A sijiat da vecchij e la Quarantana

Accanto a quella religiosa, convive, nella tradizione popolare del Fortore, una componente “superstiziosa” e goliardica del Carnevale. E’ infatti interessante osservare che, tra i riti diffusi in diverse comunità del Fortore, ve ne siano alcuni affini, sia perché accomunati dal ricorrere nel periodo della Quaresima sia per la presenza di una figura condivisa, quella della bambola di pezza o “fantoccio”, che diventa, con evoluzioni diverse, la protagonista di ben tre tradizioni: La Zingarella foianese, A sijat da Vecchij tipica di San Bartolomeo e la Quarantana di Roseto Valfortore. E’ forse possibile rintracciare un significato affine in queste culture diverse? Proviamo a conoscerle.

La Zingarella di Foiano Valfortore

A Foiano, un piccolo paese della valle fortorina, nell’ultima domenica di Carnevale la comunità si raccoglie attorno ad una tradizione che dura da decenni e che rafforza e tiene viva l’identità dell’intera comunità, una ricorrenza che stava per scomparire, ma nel 2017 è stata ripresa da un gruppo di giovani, che stanno cercando di farla rimanere viva. Si tratta della “Zingarella”, una rappresentazione teatrale recitata, che ha una trama e un copione molto particolari, poiché gli attori, tutti maschi, pur non avendo davanti a sé un testo da memorizzare, seguono comunque uno schema di parti fisse. Lo spettacolo ruota in particolare attorno al personaggio del “Mago”, che si prodiga di insegnare la magia nera e mantenere il controllo su tutto il regno, persino sul pigrissimo e ribelle Pulcinella, che nemmeno il potente Satana riesce a tenere a bada. Alla fine della “Zingarella”, segue la cerimonia del “rogo di Carnevale”, ossia una sorta di fantoccio di paglia che viene incendiato e di cui si festeggia “l’allegro funerale”, in un rito propiziatorio che esorta la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera. Il tutto è avvolto da un clima festoso che invade ogni strada del paese con il canto di “quando ritorno ti porterò un fiore…viva l’amore! Viva l’amore!”. Oggi questo canto viene accompagnato da organetti e fisarmoniche, che rallegrano la manifestazione e rendono il tutto più carico di allegria.

“ ‘A sijiat da vecchij” di San Bartolomeo in Galdo

A San Bartolomeo in Galdo, un piccolo paese in provincia di Benevento, ogni anno si svolge una tradizione, ovvero “La segata della vecchia”, comunemente detta dalle nostre parti “ ‘A sijat da vecchj”. Questa tradizione ricorre nella metà della Quaresima, che quest’anno cade il 28 Marzo. E’ una farsa che si riferisce alla vita contadina, ha origini romagnole e, anche se all’inizio era caratteristica di quel luoghi, col passare del tempo si è diffusa in diverse parti d’Italia. La cultura popolare attuale rimanda l’origine della festa che si tiene a Forlimpopoli, dove il fantoccio, somigliante ad una vecchia signora, viene “segato” in due, nel ricordo di una donna anziana che, in tempo di Quaresima, contravvenne ai precetti religiosi, mangiando ingordamente una salsiccia. L’ usanza radicata nel nostro paese prende spunto probabilmente da questa storia, infatti prevede la rappresentazione di una scena in cui un’anziana signora vede tornare a casa suo marito dall’America. A seguito di una discussione tra i coniugi, il marito viene a sapere di aver subito un tradimento e subito decide di chiamare l’amante della moglie, per farlo recare nella loro casa. Dopo un forte battibecco tra i due uomini, l’anziana signora ha un malore e i due contendenti decidono di chiamare il medico e gli infermieri per soccorrere la donna. Tuttavia, dopo ripetuti tentativi di rianimarla, l’anziana muore. La tradizione vuole che, all’interno della “donna fantoccio”, vengano nascoste delle salsicce, insieme a dei cioccolatini e dolciumi vari, che alla fine della farsa vengono distribuite ai bambini, così da far felice tutti.

La Quarantana di Roseto Valfortore

In alcuni paesi del meridione, più precisamente in Puglia, tra questi Roseto di Val Fortore, ricorre un’altra tradizione carnevalesca che prende il nome di “Quarantana” , molto sentita dal popolo. Infatti, per l’occasione, vengono addobbate tutte le case e i centri più importanti. Il termine “quarantana” deriva dagli antichi riti Greci, poi in seguito, trasmessi alla popolazione della Magna Grecia. Funzioni di scaramanzia aveva infatti il culto a Dionisio, dio della fertilità, e durante le feste venivano appesi agli alberi gli “oscilla” , dischi decorati, che esposti al vento eseguivano un’azione apotropaica, che serviva ad allontanare gli spiriti malefici. Ancora oggi, ricorre la tradizione della “Quarantana “, nome attribuito ad una bambola con le sembianze di una donna anziana trasandata e vestita tutta di nero, poiché in lutto dopo la morte di Gesù. Questa donna viene rappresentata con in mano una patata e, all’interno di quest’ultima, sono contenute 6 piume nere, che vengono estratte dai ragazzi ogni domenica, fino alla settimana prima di Pasqua. In occasione della Pasqua viene estratta l’ultima piuma, quella bianca, che simboleggia la felicità e la gioia per la resurrezione di Cristo. Questa bambola viene appesa ai balconi davanti alle case o ai negozi. Il termine “quarantana” oggi fa riferimento alla Quaresima, cioè i 40 giorni che precedono la Pasqua, un rito in cui la componente sacra si mescola al profano.

Simbologia della “bambola di spighe” nei riti agresti

La protagonista dei riti raccontati, nelle fattezze di una bambola – fantoccio, non sarebbe nient’altro che un modo per rappresentare “La Madre Del Grano”. In effetti, la pratica di ricorrere all’uso di un fantoccio risalirebbe a riti agresti molto antichi. Già nel passato, nelle campagne, diffusa era la pratica di “creare” una sorta di bambola che rappresentasse una donna, “paragonata” alla divinità femminile celtica Calleach, meglio conosciuta come “La Regina dell’Inverno”. Questo fantoccio veniva realizzato con alcune spighe di grano, per poi essere lanciato nel campo del vicino, in cui ancora non si vedeva nulla di quanto seminato. Questa “bambolina” passava di campo in campo, finché l’ultimo contadino non doveva “sfamarla” per un anno, come penitenza c’era la carestia. In alcuni luoghi il fantoccio veniva smembrato, in altri veniva conservato per l’anno seguente, i chicchi delle spighe usati per realizzarlo erano utilizzati per la semina dell’anno successivo, in un rito che promette fertilità, e quindi vita. In tutte le tradizioni rappresentate pare evidente una costante unica: un rituale che si conclude con la morte preannunciando una nuova vita, una nuova speranza. Insomma, usanze che hanno radici lontane e che attingono alla cultura tanto religiosa quanto agreste, in cui l’identità del Fortore sa riconoscersi come in uno specchio, con le sue tradizioni, le sue credenze, e il suo forte attaccamento alla terra.

Febbraio 2022

Classe III D – Istituto Professionale per l’Agricoltura

Notes

  • Anno Nuovo vita nuova,
    e nuovo Direttivo"