IL NATALE RURALE NEL FORTORE

E’ arrivat Natal senz dnar, appicj na pip e m vaij a culcà.”

Questo è uno dei detti che ci suggerisce il Signor Giovanni di Foiano di Val Fortore, raccontando, attraverso la saggezza popolare che si conserva nei dialetti, storie di un Natale rurale, quello del Fortore, fatto di povertà, ma conservativo nelle tradizioni natalizie e nei valori, legati alla condivisione familiare che animava le tavole nel periodo delle feste. Nonno Giovanni racconta con entusiasmo quei giorni e, se la condivisione si realizzava e si realizza ancora oggi a tavola, l’occasione è ghiotta per conoscere i piatti che si gustavano in questo periodo. San Bartolomeo in Galdo, Foiano, Castelvetere, Montefalcone diventano così i luoghi del racconto, attraverso le interviste realizzate dagli alunni della classe 3D nei giorni antecedenti alle festività. Proviamo a rinnovare, attraverso alcune ricostruzioni, antiche e più moderne, i ricordi e le tradizioni, soprattutto gastronomiche, diffuse nel Natale rurale del Fortore.

A Madonn i fucarell “: tradizione, cibo e condivisione

Partiamo dal comune più ampio dell’area fortorina, San Bartolomeo in Galdo, un borgo in cui le tradizioni del Natale appartengono al passato per rinnovarsi ancora nel presente. In questo territorio, il clima natalizio si respira a partire da una data, l’8 dicembre, giorno in cui, nella tradizione religiosa, si festeggia L’Immacolata Concezione, anche detta “A Madonn ‘i Fucarell”. La denominazione trae infatti origine dalla tradizione diffusa di accendere dei fuochi nei quartieri del paese. La legna, raccolta nei giorni precedenti, veniva in quella occasione disposta a formare un cono, la cui base era di sabbia, per fare in modo che il fuoco non si propagasse e i falò allestiti per l’occasione illuminavano i principali quartieri del paese. Nella cultura contadina il fuoco aveva un valore certamente simbolico, in diverse fonti esso è riconosciuto come forza in grado di scacciare l’oscurità e le tenebre e di favorire un buon raccolto. Il falò, intorno al quale le persone di ogni quartiere si riunivano in preghiera, diventava, inevitabilmente, un’occasione di condivisione, in cui mangiare alcune pietanze tipiche del posto, come la polenta chi faf (polenta con le fave) o con ‘ u vruccular (si tratta del guanciale). La polenta veniva arrostita assieme a panini con bistecche di vitello, salsiccia e pancetta, accompagnati da un delizioso vino rosso paesano. Non potevano mancare ad accompagnare i pasti le caldarroste.

La vigilia e il Natale nel Fortore

Le feste proseguivano, e in occasione della vigilia di Natale, i bambini si recavano prima dai nonni e poi in chiesa e la festività si trascorreva in modo diverso da famiglia a famiglia. Il Natale, per ragioni di povertà, in alcune famiglie non era caratterizzato dalla presenza di regali e decorazioni, la vera festa da celebrare era quella religiosa, in chiesa, la notte della vigilia insieme ai parenti. Il pranzo del Natale era fatto di piatti semplici e poveri, come i ‘ccatell (i cavatelli) con pollo o piccione, polenta, castagne arrostite, biscotti con le mandorle e i cosiddetti “Torroni del Papa”, con l’ingrediente principale dello zucchero. Tra i primi piatti si annovera “’a past ca muglic”, una tradizione culinaria diffusa non solo nelle terre del Fortore, ma anche in altri luoghi dell’Italia meridionale, come la Sicilia. Pare che la mollica, nelle famiglie più povere, rappresentasse un po’ un’illusione o un desiderio, sostituendo nell’aspetto il formaggio, ingrediente che non tutti potevano permettersi. Il piatto è semplice, gli ingredienti base sono olio, noci o uva passa, a seconda dei gusti, unite alla mollica che va tostata in padella, con olio e aglio. Per ragioni più sconosciute, diffusa è anche l’anguilla, cucinata in modi diversi a seconda dei gusti, e quindi arrostita o alla pizzaiola. Nei diversi paesi del Fortore, altrettanto diffuso come piatto natalizio abbastanza antico è “’u baccalà”. “ ‘U baccalà ” veniva cucinato in vari modi, fritto oppure dolce. Quest’ultima ricetta del “Baccalà dolce” ci arriva da Foiano e nella tradizione veniva condito con mandorle, uva passita e mollica di pane.

La condivisione era la cosa più importante, anche più dei regali, che potevano essere cose semplici, preparate in casa, come i torroni, oppure caldarroste e mandarini.

La tradizione del maiale

Nella cultura contadina, dedita all’allevamento degli animali e in particolare dei maiali, era costume diffuso ammazzare il maiale proprio nel periodo natalizio, tradizione che rappresentava una riserva di cibo fondamentale per le famiglie e che perdura ancora in molte famiglie. L’occasione riuniva le persone intorno a grandi tavolate, che ricavavano le ricette più disparate, non risparmiando neppure le frattaglie dell’animale, pronte per essere trasformate in piatti succulenti. Tra questi figurano alcuni come ‘ u frttcell, un piatto che mescola le frattaglie del maiale, quindi cuore, polmone e fegati, e “’a rezz”, anche detta “rete del maiale” o con termine tecnico “omento”. Gli ingredienti venivano soffritti in padella in sequenza a seconda della consistenza più o meno dura dei singoli organi, conditi con aglio, alloro, patate e peperoncino. Un’altra pietanza gustosa ricavata dagli avanzi del maiale, che accontentava soprattutto i più piccoli, era ‘u sanguinacc, una cioccolata molto densa che aveva come ingrediente principale il sangue dell’animale. Nel momento in cui l’animale veniva sgozzato, il sangue che sgorgava, si raccoglieva in un recipiente di terracotta o rame, avendo cura di mescolarlo di tanto in tanto per evitare che si coagulasse. Ad esso si aggiungeva un preparato di cioccolata, anche quella che la famiglia aveva a disposizione, compresi avanzi di torrone e caramelle, unite allo zucchero. Insomma, una sorta di cioccolata “nutellosa” ricavata da ingredienti poveri.

La Befana

Nella cultura popolare la Befana era una figura magica e legata al folklore, i suoi doni fanno in particolare pensare ad un’origine rurale. Questa vecchina munita di una scopa volante era più nota ai bambini nel passato, visto che alcuni non conoscevano neppure l’esistenza di Babbo Natale, perché la povertà lo escludeva dalle conoscenze. Le feste si concludevano perciò con l’attesa più ambita dai bambini, la calza della Befana appesa al camino. La calza era lavorata ai ferri e i doni erano anch’essi poveri, ma frutto di tutto ciò che si possedeva. Vi si potevano trovare all’interno fichi secchi, castagne, mandarini, aglio, cipolla, taralli e biscotti di casa, qualche caramella e, nella migliore delle ipotesi, qualche soldino, le Lire, di carta o di metallo. Qualche volta compariva un giocattolino semplice, molto più raro. Non poteva infine mancare il carbone, nella storia antica simbolo di un’energia latente e beneaugurante, nella cultura popolare un invito per ricordare ai più piccini di essere più buoni.

Insomma, un Natale fatto di profumi, sapori, tradizioni che parlano di semplicità, per questo necessari da rinnovare attraverso il racconto, non solo per preservare l’identità culturale locale e rurale, ma per poter riscoprire la ricchezza che si accompagna ai valori.

Classe IIID I.P.A

a.s. 2021/22

Istituto Professionale per l’Agricoltura “Medi – Livatino”

Notes

  • Anno Nuovo vita nuova,
    e nuovo Direttivo"